La pandemia fa avvicinare all’arte grazie alla realtà virtuale

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PANDEMIA ARTE REALTÀ VIRTUALE – La pandemia da coronavirus che sta affliggendo il mondo da molti mesi ormai ha messo in ginocchio moltissimi settori. Tra quelli che ne hanno risentito di più ci sono sicuramente i luoghi d’arte e di cultura. Col tempo però si sono cercate delle soluzioni che aiutassero queste realtà ad emergere dal buio in cui l’emergenza sanitaria le ha gettate. Di questo abbiamo parlato con Ivana Porcini, docente e gallerista d’arte, curatrice del blog L’Escargot.

Iniziamo con una domanda banale: che cosa è per te l’arte?

Io dico sempre che l’arte è una compagna di vita, un’amica che è cresciuta con me. Nelle sue differenti declinazioni, è diventata una sorta di protesi della mia mente. C’è quando sono triste, quando creo, quando sono serena ed è sempre lì mentre lavoro. Mi ha insegnato a guardare il mondo e a distinguere con una buona approssimazione i sentimenti. Ha un valore educativo inimmaginabile perché non è solo bellezza, come spesso sento dire. È un ponte tra passato e futuro, è una fotografia delle varie epoche, è nutrimento per l’anima oltre che per gli occhi, è il nostro patrimonio storico-artistico ricordato da un articolo della Costituzione. E poi è anche indotto economico.

Che impatto ha avuto la pandemia per l’arte?

Ebbene, gli effetti della pandemia sono devastanti sull’economia del mondo dell’arte. Le città d’arte si sono paralizzate e i musei per mesi sono stati chiusi. Ora sono finalmente aperti ma le ricadute negative sono notevoli, fisiologicamente si registrano in tutto il mondo crolli vertiginosi. I numeri di ingressi nei musei sono tornati indietro anche di cinquant’anni.

Per l’arte che ruolo hanno giocato la digitalizzazione e la realtà virtuale?

Anche in questo caso il digitale è stato prezioso e, grazie a percorsi online, a idee nuove e a proposte strategiche, ha mantenuto in vita il sistema, richiamando storici frequentatori ed anche nuove visite che si sono spinte sui siti web e sui social network anche per la prima volta, semplicemente usando uno smartphone.

Le soluzioni sperimentate in questi mesi potranno essere adottate anche dopo la conclusione delle pandemia?

L’arte andrebbe ripensata e dovremmo tutti provare a riflettere sul suo valore e sulla sua funzione preziosa, ponendola come fil rouge della nostra esistenza. E si potrebbe fare tesoro di questa esperienza, lasciando intrecciata la vita al virtuale, attraverso il ricorso alla realtà aumentata e all’altissima risoluzione, che consente di vedere meglio che dal vivo. Il Rijksmuseum di Amsterdam, solo per fare il primo esempio che mi viene in mente, nonostante le perdite in presenza, è seguitissimo in rete. Con un approfondimento sul suo capolavoro, Ronda di notte di Rembrandt, il Museo richiama gente attraverso il tour virtuale “Experience The Night Watch”, che rende possibile entrare nel dipinto e muoversi in mezzo ai suoi personaggi.

Cosa concludiamo da tutto questo?

Da tutto quello che Ivana ci ha detto sembra proprio che i musei, per resistere, debbano sempre più imparare ad attrarre utenti e a condividere le opere negli spazi virtuali. E la vera sfida sarà riuscire ad allargare il pubblico, oltre gli habitués e gli addetti ai lavori. I dati raccolti fino ad ora sembrano dimostrare che la pandemia abbia innescato, grazie all’utilizzo della realtà virtuale, un  processo di avvicinamento di un pubblico più vasto ai luoghi d’arte. Speriamo che tutto questo sia un evento in evoluzione e che continui ad avere successo.